Per definire al meglio la quinta stagione di Orange Is the New Black dobbiamo far riferimento alla letteratura ed in particolare al celebre romanzo scritto da Robert Louis Stevenson "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde". Il motivo è facilmente comprensibile: la serie televisiva ha fatto veramente molto fatica a decollare e in alcuni frangenti abbiamo avuto il timore che l'inesorabile abbassamento del livello della scrittura portasse Orange Is the New Black a ricadere nell'elenco degli show finiti nel cosiddetto Salto dello Squalo. I primi episodi mostrano infatti una trama estroversa del tutto slegata da quanto visto precedentemente, soprattutto a livello qualitativo. A partire da metà stagione, però, gli eventi prendono una piega differente, divenendo più drammatici ed in linea con quella che è stata sin da sempre la missione della serie televisiva. 

Orange is The New Black recensione quinta stagione

LA TRAMA DELLA QUINTA STAGIONE DI ORANGE IS THE NEW BLACK

Dopo la morte di Poussey Washington le carcerate decidono di ribellarsi e di prendere possesso di tutta Litchfield. Dopo aver preso in ostaggio Joe Caputo ed alcune guardie grazie ad una pistola sottratta ad un agente, le donne si barricano all'interno della struttura. In questo periodo di autogestione le detenute si comportano nella maniera più disparata: c'è chi tortura psicologicamente e fisicamente le guardie; chi coglie l'occasione per accedere alla farmacia, alla cucina o alla dispensa; chi cerca negli archivi i dossier dell'agente Piscatella e chi invece decide di proseguire nella missione di rendere giustizia a Poussey. Il blocco afroamericano, infatti, comandato da Taystee, Janea e Cindy, poi aiutate anche da altre "colleghe", decide di stilare un elenco di richieste. Solo quando queste saranno del tutto esaudite da parte delle autorità le detenute alzeranno bandiera bianca. 

Al di là delle sbarre, l'azione comincia ad avere un certo peso mediatico anche grazie ai video su YouTube pubblicati dalle detenute. Mentre i corpi speciali e la Management & Correction Corporation (MCC) cerca di trovare una soluzione, l'agente Piscatella decide di fare irruzione in segreto e in autonomia per farsi giustizia da solo.  

Orange Is the New Black stagione 5 recensione

UNA DISCRIMINAZIONE SOCIALE FINALMENTE BEN NARRATA, MA LA PARTENZA...

Orange Is the New Black è un dramedy e come tale è normale che abbia dei momenti più angosciosi mescolati a momenti più scorrevoli e divertenti. Non era però mai capitato che questi due generi viaggiassero su binari così lontani tra loro. In partenza assistiamo ad uno show che a stento riconosciamo riconosciamo: banale, grezzo, deforme e dal divertimento forzato, una commedia dal bassissimo contenuto. A partire dal sesto episodio, il registro cambia in maniera netta, tagliando fuori quanto di orrido visto in precedenza, e il bruco si trasforma improvvisamente in una farfalla: la serie televisiva torna a raccontare ciò che gli riesce meglio e percorre, come le protagoniste, la retta via della denuncia sociale.

Lo show creato da Jenji Kohan ottenne un successo immediato poiché atipico, ma soprattutto perché voleva mostrare discriminazioni e differenze all'interno di un penitenziario. Per farlo fu presa Piper, una donna docile e graziosa, e fu buttata nella mischia comprendente criminali di ogni sorta ed estrazione, sia sociale che razziale. Questo concetto è andato via via scemando come lo stesso personaggio di Piper, al punto che della sua sopravvivenza all'interno del penitenziario non ci importava più. Orange Is the New Black cambiò registro spingendosi maggiormente sui rapporti interpersonali e sulle relazioni sentimentali, dimenticandosi per un attimo che il sentiero era ben tracciato e che andava solamente percorso attraverso la voce delle sue protagoniste, che finalmente è arrivata in questa quinta stagione.  

LA TELEVISIONE CHE CAMBIA L'OPINIONE PUBBLICA

Serie televisive che hanno cambiato l'opinione pubblica ci sono già state: I Jefferson, Modern Family, The OC Sex and the City, solo per citarne alcune. Anche Orange Is the New Black potrà un giorno annoverarsi tra queste? In realtà sarà il tempo a decretarlo, ma quanto mostrato dalla produzione di Netflix in questa stagione è eroico. La scrittura è stata in grado di costruire delle reazioni nelle proagoniste che potranno rientrare nell'immaginario collettivo negli anni a venire: Taystee, la disadattata di colore che decide di fare a meno della celebre Judy King in qualità di portavoce; l'elenco delle richieste effettuato dalle detenute che comprende progetti lavorativi ed educativi; l'agente Piscatella che soccombe alla determinazione delle detenute e che viene liberato da colei che più di ogni altro ha subito le sue angherie. Insomma, sono numerose le situazioni in cui le detenute guardano a loro stesse come esseri umani e che pensano alla loro vita oltre le sbarre del penitenziario. La denuncia sociale e le discriminazioni sottolineate più volte dal personaggio di Taystee sono veritiere e reali, anche in Paesi all'avanguardia come gli Stati Uniti d'America. Speriamo vivamente che dal coraggio di questo personaggio e degli sceneggiatori che l'hanno caratterizzato possa nascere qualcosa di concreto. 

Recensione quinta stagione Orange Is The New Black

VALORIZZAZIONE DI ALCUNI PERSONAGGI CON ALCUNE FORZATURE  

La struttura di Orange Is the New Black è abbastanza cambiata nel tempo: i flashback legati al passato non prendono così tanto piede come avveniva in precedenza e questo è dovuto al fatto che le protagoniste sono state ormai tutte presentate. Non ha molto senso, giunti fin qui, inserire nuovi personaggi di contorno. Malgrado ciò, abbiamo apprezzato la valorizzazione di alcuni personaggi, tra cui Gloria in qualità di madre apprensiva e di "MacGyver" Frieda, il cui flashback è stato il più originale in assoluto e con un'ottima colonna sonora. Per stupire e riuscire a raggiungere il risultato finale, però, la sceneggiatura ha dovuto cedere il passo ad alcune forzature piuttosto papabili e tangibili. Nonostante tutta la stagione si sia dipanata su un ristretto spazio temporale, è inverosimile che il comportamento al di fuori del penitenziario sia così "fantozziano", così come lo è il fatto che un ambiente così vasto come il nascondiglio di Frieda rimanga per così tanto tempo celato dagli occhi delle telecamere di sicurezza. Insomma, alcune inverosimiglianze che però non intaccano in alcun modo il livello tecnico, che resta comunque stabile e paragonabile alle passate stagioni.  

CONCLUSIONI 

La scorsa stagione assegnammo ad Orange Is the New Black solamente una sufficienza, in contro tendenza rispetto a quanto fu scritto dalla critica mondiale. Sì, sappiamo che qualcuno è finito al rogo per molto meno, ma il voto non fu imputabile alla qualità della serie televisiva - obiettivamente tra le migliori del suo genere -, bensì al potenziale che gli sceneggiatori avevano tra le mani e che tardava ad esprimersi. Dopo un avvio da dimenticare, finalmente quel potenziale si è espresso in tutto il suo valore in questa quinta stagione. Un cammino durato anni, che ha presentato decine di personaggi e che ha mostrato le carenze e le discriminazioni attuate dai penitenziari, ma che è giunto all'obiettivo finale della denuncia sociale, alzando la voce ed aumentando la componente drammatica della serie televisiva. Con questo gesto valoroso e nobile e con le protagoniste che attendono di essere catturate, a testa alta ci proiettiamo verso la prossima stagione, speranzosi che questa resti nella mente di molte persone.