Chiunque abbia la passione per manga ed anime provenienti dal Sol Levante si è visto passare sotto agli occhi almeno una volta il titolo di Death Note. Il manga ideato e scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata, indipendentemente dai gusti personali, è un'opera che ha segnato un'era per gli appassionati del settore. Netflix con coraggio ha deciso di portare sulla sua piattaforma di streaming questo titolo blasonato, consegnando le chiavi della regia a Adam Wingard, che di fatto è un regista, attore e scenografo non tra i più noti nel panorama internazionale. La prima sensazione che ci invade al termine della visione è che si sia cercato nelle prime battute di seguire una linea del tutto fedele alla versione cartacea, ma che poi, dati i tempi serrati - il film ha una durata complessiva di poco più di 90 minuti -, si sia voluto affrettare e occidentalizzare troppo gli eventi. Le atmosfere iniziali richiamano in diversi frangenti l'opera nipponica, ma ciò che accadrà dalla mezz'ora in poi non crediamo piacerà ai fan del titolo.  

Death Note Netflix 2017 recensione

LA TRAMA DI DEATH NOTE

Light Turner è uno studente delle scuole superiori, orfano di madre e vittima di bullismo, anche se dotato di un carattere abbastanza forte che lo aiuta a superare i drammi. Un giorno, dal cielo cade accanto a lui un quaderno nero che reca in copertina la scritta Death Note. Light sembra stranito, ma contestualmente si palesa davanti a lui un tenebroso dio della morte, Ryuk, il quale insegna a Light le regole del quaderno da ora in suo possesso: il ragazzo può uccidere una persona semplicemente scrivendo il nome della vittima sul diario. Light porta a conoscenza dei fatti Mia, sua compagna e fidanzata, e i due cominciano a cercare di ripulire il mondo da tutta la criminalità presente, firmandosi ad ogni omicidio con il nome di Kira. Ben presto questo acronimo diventa di pubblico dominio e il culto di Kira si trasforma per molti in un'autentica religione. Nonostante le iniziali buone intenzioni, uccidere resta un crimine e la polizia cerca di porre fine a questi efferati omicidi. Per farlo si affida a L, un misterioso investigatore privato di cui non si conosce il nome ed è pertanto immune al potere di Light e del suo Death Note.  

NETFLIX AVREBBE DOVUTO PROPORLO COME MINISERIE

Il più grosso difetto del nuovo prodotto Netflix risulta essere la durata. Come accennato in apertura, e come si può benissimo comprendere anche dai preamboli del trailer ufficiale, la produzione ha tentato di proporre un titolo fedele all'originale, tuttavia tale tentativo regge bene per i primi 25 minuti di pellicola, per poi perdersi in accelerazioni di sorta dettate da un minutaggio troppo risicato - ricalcando anche il pattern del trailer stesso che, se in un primo momento resta alquanto fedele al prodotto originale, poi vira verso interpretazioni molto più libere dell'opera stessa.

Light è un personaggio meno asociale della versione cartacea, ma le atmosfere, il mistero, i presupposti e la trama richiamano l'opera del binomio Ōba e Obata sotto molti aspetti, anche se solo nelle prime battute. Non da meno è la presenza di Ryuk, che la produzione è riuscita a ben realizzare; parte del merito va però alla voce di Willem Dafoe, che è riuscito a caratterizzarlo nel migliore dei modi

Superato lo scoglio iniziale, sopravvengono le tenebre e Death Note si inabissa. Il rapporto tra Light e Ryuk non matura e lo shinigami si mostrerà più come il classico diavolo sulla spalla anziché come un essere neutrale. Ryuk, infatti, sembra essere più un'entità malvagia che amichevole e la storyline si trasforma presto in una classica caccia all'uomo, bene contro male, scandita da una colonna sonora elettronica e dove non vi è molto spazio per i rapporti umani se non per qualche tentativo non propriamente riuscito.

La peculiarità principale che ha reso celebre Death Note - secondo chi vi scrive - era quella legata al pathos che generavano le regole: il lettore poteva fantasticare su di esse, cercando di capire come il protagonista potesse divincolarsi dalla polizia. A tutto ciò si univano una trama originale che veniva supportata dall'intenso rapporto che si andava creando capitolo dopo capitolo tra L e Light.

Nel film targato Netflix, invece, da un lato notiamo un buon lavoro di caratterizzazione per quanto riguarda i personaggi di Light e Mia che, da studenti che fronteggiano problemi sì pesanti ma comunque circoscritti a una vita che potremmo definire nella norma, si trasformano in assassini che si trovano a maneggiare un potere molto più grande di loro, che diventa una vera e propria ossessione e che non solo stravolge la loro vita, ma il loro modo di approcciarsi al mondo. Altrettanto non possiamo dire di L, che di fatto è il personaggio più malriuscito del film. Non è solo una questione somatica - fece discutere la scelta di un interprete afroamericano contro l'anemica versione cartacea -, ma soprattutto caratteriale. Infatti, non sono del tutto palpabili la genialità, la spiccata intelligenza e intuizione che tanto hanno reso celebre ed iconica la nemesi di Light, anzi, il risultato è un personaggio piuttosto debole e fragile. 

Queste insicurezze, in realtà, riguardano tutto il cast principale, ma se da un lato fanno di L un personaggio spento, dalla parte opposta rendono Light - che ricordiamo non essere esente da difetti - molto più umano. Lo sentiremo urlare, lo vedremo innamorarsi e dimostrarsi vulnerabile, tutte caratteristiche che per certi versi sono state apprezzate e hanno strappato un paio di sorrisi durante la visione.
La considerazione è dunque quella che, con maggior tempo a disposizione, la produzione sarebbe stata in grado di consegnare un prodotto più fedele e realistico, pur prendendosi qualche libertà.  

Death Note recensione Netflix film

GUARDARE DEATH NOTE SENZA PENSARE A DEATH NOTE

Il principale quesito che ci si pone di fronte ad un prodotto derivato è: "Riuscirò a guardarlo e a giudicarlo senza pensare all'opera originale?" La risposta è al limite dell'oggettivo, ma con il film di Death Note ci si sente di rispondere negativamente.

Il futuro conta già diverse collaborazioni tra Stati Uniti e Giappone sulla falsa riga di Death Note, ma questo procedimento potrà funzionare solo se chi produce si atterrà, nei limiti del possibile, all'opera originale. Se si ha tra le mani una sceneggiatura vincente, non è necessario deturparla dei suoi fondamentali, proprio perché è stata premiata dal pubblico grazie ad essi. Guardando Death Note questi elementi vengono spesso a mancare, ed appurato che su ambientazioni e ritmo ci si era già preparati in anticipo - in quanto vi sarà comunque sempre diversità tra carta e video -, lo stesso non è perdonabile su trama, inserimento ed eliminazione di personaggi chiave dalla sceneggiatura e sul finale, anch'esso liberamente costruito
 
Nel 1956 Renato Carosone presentava al pubblico la canzone Tu vuò fà l'americano, che per certi versi sembra proprio cucita sul pensiero che abbiamo dopo la visione del film di Death Note. Per chi non ha avuto modo di leggere il manga o di vedere l'anime, oppure ancora per chi non ha mai sentito parlare di Death Note, il film potrebbe essere un intrattenimento leggero e magari godibile - che possa poi portare ad informarsi sull'opera originale; per chi invece è affezionato al titolo, il film è un leggero colpo al cuore. Non siamo certo ai livelli infimi di DragonBall Evolution, ma nel complesso Netflix ha dimostrato che questo titolo sarebbe potuto risultare ben riuscito se solo avesse avuto il tempo necessario per palesarlo. L'aspetto tecnico questa volta c'è stato, è mancata la sostanza.