Punto e virgola 

Se la prima stagione di Tredici ha dato il via a tutta una serie di discussioni sui diversi delicati argomenti trattati nel corso delle sue 13 puntate, l’annuncio di una seconda stagione ha diviso il pubblico in maniera netta tra chi pensava che la serie, raccontata la storia di Hannah Baker, avesse esaurito la sua carica narrativa e chi, invece, era convinto che ci fosse ancora molto da dire su Hannah e soprattutto su chi dopo Hannah ha continuato a vivere. E alla fine questa seconda stagione qualcosa da dire lo aveva ancora: forse non l'ha detto sempre nel modo esatto e non usando le tempistiche esatte, ma il prosieguo risulta nel complesso plausibile. 

Tredici: recensione della seconda stagione

La seconda stagione di Tredici ci catapulta cinque mesi dopo la morte di Hannah, il processo avviato nei confronti della Liberty High, tra le varie cose che porta a galla, mette lo spettatore e i personaggi davanti ad un’inconfutabile realtà: per quanto all'inizio possa sembrare che le vite di tutti siano andate avanti, in realtà sono ancora tutti al punto di partenza. In particolar modo lo sono i ragazzi e gli adulti coinvolti direttamente nella vicenda di Hannah: Clay, che non riesce a far funzionare la propria relazione con Skye e comincia ad interagire con la visione di Hannah; Jessica, che non riesce a dormire nel proprio letto o riconoscersi nel proprio corpo; Alex, che deve far i conti con le conseguenze del suo tentato suicidio; Tyler, che vede ritornare indietro e sempre più amplificate le proprie azioni, giuste o sbagliate che siano; Courtney, che ancora nasconde il suo orientamento sessuale ai propri genitori e ai suoi amici; Zach, che non riesce ad uscire dall'ombra dell'atleta e amico di Bryce; Justin, tormentato dal ruolo che ha avuto nello stupro della sua ragazza, tanto da diventare dipendente dall’eroina; Olivia, tormentata dalla verità riguardo sua figlia e la necessità che sia fatta giustizia e che la scuola si assuma le proprie responsabilità; i genitori dei ragazzi, preoccupati dalle ripercussioni che il gesto di Hannah potrebbe avere sui propri figli; la scuola, più preoccupata a proteggere la sua immagine che a dare un segno di vero sostegno ai propri alunni; il signor Porter, bloccato nel suo stesso senso di colpa e di impotenza. E a tutto ciò si aggiungono personaggi e focus che ampliano esponenzialmente non solo il numero di argomenti trattati dalla serie, ma li interconnettono in una rete intricata in cui tutto e tutti dipendono e sono causa e conseguenza delle azioni dell’altro, in cui tutto è collegato e, similmente a come accade nella realtà, l'esito ultimo di determinate situazioni è un inevitabile retrogusto amaro in bocca e la sensazione di aver ricevuto un pugno nello stomaco che ci ha lascia senza fiato e doloranti. 

Se nella prima stagione è stata la figuara di Hannah a mettere sul tavolo tutta una serie di questioni sociali e di problemi che l'hanno riguardata direttamente o indirettamente, questa volta a portare i problemi alla luce sono tutti coloro che sono rimasti, adolescenti ed adulti, col risultato che le questioni spinose portate all'attenzione dello spettatore sono molte di più, moltiplicate, amplificate per il loro interagire e condizionarsi, talmente tanto che sembrano sfuggire dalle mani degli stessi sceneggatori a cui 13 puntate non bastano per chiudere un cerchio e al massimo sono bastate per aprirne un altro - anche se avrebbero potuto sfruttare meglio dei tempi morti che hanno caratterizzato la prima parte di stagione, trattando meglio alcune questioni che, essendo state rilegate verso la fine, sono state "vittima" di un'accelerazione complessiva a cui sarebbero potute scampare se inserite prima: che gli autori abbiano volutamente aggiunto una quantità immane di ingredienti al calderone per avere di che cucinare in un'ipotetica terza stagione?

Il processo contro la Liberty High

Con Hannah, oltre Hannah

Una delle cose che più colpisce di questa stagione sono sicuramente i numerosi "perché" che vanno a rinvigorire le fila di quelli già mostrati nella prima stagione e che, seppur Hannah non ha menzionato nelle sue cassette, vanno a costruire un mosaico composito che non solo definisce la sua situazione in maniera più puntuale (facendo forse ricredere tutti coloro che hanno criticato non fossero abbastanza o abbastanza forti quelli già dettati dalla ragazza nelle sue cassette - critica che, concedetemelo, non ho mai condiviso), ma ci danno un diverso punto di vista sulla sua storia e sulla sua persona: se nella prima stagione abbiamo visto tramite i suoi occhi e abbiamo ascoltato la storia dalla sua voce, questa volta abbiamo modo di leggere Hannah con gli occhi e la voce di tutti i testimoni chiamati al banco, andando a ricostruire un'immagine più sfaccettata di un personaggio che scopriamo aveva da dire molto di più di ciò che ha racchiuso nelle cassette - così come gli stessi personaggi dipinti da lei in un certo modo in quelle cassette erano e sono diventati molto di più ci ciò che era impresso in quei nastri. Possiamo vedere una Hannah dalle molteplici sfaccettature che vive le più svariate situazioni, che si trova a dover far i conti che con le circostanze più disparate, e forse la rivelazione che più di tutte lascia lo spettatore basito è quella riguardo gli atti di bullismo che la stessa Hannah ha perpretato nella sua vecchia scuola. Puntualizziamo, il fatto di essere stata una bulla non alleggerisce la posizione di chi è stato bullo nei suoi confronti: quello che Hannah ha fatto alla sua ex compagna di scuola fa parte di un'altra storia, una con cui Hannah ha già fatto i conti, e che non tocca minimamente chi ha perpetrato determinati comportamenti nei suoi confronti. Così come quello che succede a Tyler non è più facile da digerire solo perché la vittima è Tyler, che inizialmente viene dipinto come un personaggio con cui probabilmente lo spettatore ha difficoltà ad empatizzare, ma per cui, in seguito ad un processo di "empatia radicale" instaurato dalla scena dal fortissimo impatto emotivo di cui è protagonista, alla fine non possiamo non provare dolore e tristezza: non importa cosa Tyler abbia fatto, una sorte del genere non la merita nessuno. Così come diventa difficile schierarsi in maniera assoluta e decisa contro Nina (che alla fine scopriamo essere l'arteficie del furto delle polaroid e chi finisce col bruciarle): non era solo la sua storia da raccontare, non avrebbe dovuto farlo, ma ne era parte integrante e davvero siamo in grado di schierarci contro un'adolescente che ha vissuto un'esperienza traumatica, che pensava di aver superato - tanto da ergersi a pilastro e roccia di Jessica -, per poi scoprire di dover fare ancora molti passi avanti sulla via del recupero? Così come non possiamo puntare il dito contro Chloe, che non riesce a testimoniare contro Bryce, vittima di una concenzione che vede il valore della sua persona strettamente dipendente dall'uomo che riesce a mettersi accanto: rinnegare e rinnegarlo per lei equivarrebbe a rinnegarsi - e ricordiamoci che ci troviamo in un'età in cui l'identità è labile di per sé. Entra in gioco un processo di "relativizzazione delle colpe" in cui ci troviamo mettere in discussione non tanto se un'azione sia giusta o sbagliata, ma il perché sia stata messa in atto. Il perché non riguarda più solo il motivo per cui Hannah sia giunta alla sua estrema conclusione, ma guardiamo approfonditamente perché tutti coloro che le hanno gravitato intorno hanno messo in atto certi comportamenti e perché, dopo il trauma determinato dalla sua scomparsa, si comportino o reagiscano in una determinata maniera. 

Jessica

L'incremento esponenziale dei perché si accompagna ad un ampliamento del focus della compagine dei numerosi personaggi che vanno a comporre le fila di questa seconda stagione: se nella prima stagione, come ribadito in precedenza, li abbiamo visti soprattutto col filtro di Hannah, ora non solo vediamo Hannah dal loro punto di vista, ma vediamo loro stessi svincolati dalla lente imperante delle cassette, ci caliamo meglio nella loro realtà e nella lotta quotidiana che giorno dopo giorno portano avanti con loro stessi e con il mondo. Ed è un modus operandi che investe anche gli adulti della serie, relegati a figura sullo sfondo nella prima stagione (che è stata appannaggio quasi esclusivo dei ragazzi), ma che rivestono un ruolo sempre più importante in queste puntate, con tutte le loro imperfezioni, con i loro sbagli, con i loro sensi di colpa e le loro preoccupazioni, ma soprattutto con la volontà di essere più presenti nella vita dei propri figli, non sempre riuscendoci, o riuscendoci nel modo giusto, ma comunque provandoci.

E se questo diverso focus ci ha permesso di approfondire o anche solo cambiare punto di vista sui personaggi da un lato, dall'altro, man mano che si avvicendavano al banco dei testimoni, ha ampliato la lente di ingrandimento sui temi spinosi che ha deciso di trattare, riprendendo sia quelli già portati all'attenzione dello spettatore nella prima stagione, ampliandoli o mostrandoceli nelle loro immediate conseguenze (bullismo, cultura dello stupro, slut shaming, violenza sessuale, discriminazione), e aggiungendone di nuovi - come la violenza sessuale sugli uomini, la tossicodipendenza, il possesso delle armi, l'omertà -, con chiari riferimenti a questioni decisamente calde ed attuali che continuano a scuotere l'America e non solo, come le stragi nelle scuole, il movimento #MeToo e Black Lives Matter. E infatti, tra le altre cose, ritroviamo la mamma di Hannah che fa un discorso molto ampio sulla condizione della donna nella società, una Jessica che, inconsapevolmente, diventa testimone non solo della sua vicenda, ma anche di quelle che le altre donne della serie hanno vissuto e che probabilmente non hanno mai denunciato; non solo, la ascoltiamo mentre si dipinge come "una vittima non perfetta", perché di colore; vediamo Tyler, distrutto dalla violenza subita, caricarsi del suo arsenale di armi deciso a porre in essere una strage durante il ballo scolastico. Svincolatosi dal romanzo da cui è tratta la prima stagione, Tredici cerca di dare uno sguardo ancora più vicino alla realtà, disilluso e crudo, lasciando lo spettatore decisamente arrabbiato dinanzi a certi risvolti, come la scuola che non solo non viene ritenuta colpevole, ma che si presume continuerà a percorrere la via del silenzio e dei cartelloni appesi ai muri all'occorrenza; o Bryce che torna a casa con quello che equivale ad un buffetto sulla guancia e che viene messo sullo stesso piano di Jessica (il giudice dice infatti che i due ragazzi hanno fatto delle scelte che li hanno portati a vivere quella situazione, ma in realtà la scelta che conta è una ed è quella in cui Jessica non ha avuto voce in capitolo).

Bryce

Tutto rose e fiori?

Nonostante apprezzi il passo compiuto da questa stagione nei confronti della trattazione di determinate tematiche - e penso che dalla mole di parole che ho speso finora l'apprezzamento sia più che chiaro -, d'altra parte non posso esimermi dal guardare la serie da una prospettiva differente, che esula dalla morale e pone l'accento su scelte tecniche e stilistiche. Infatti, la seconda stagione di Tredici è ben lungi dall'essere esente da difetti: se da una parte abbiamo infatti scene ed interpretazioni ben riuscite (un plauso particolare mi sento di riservarlo a  e ) e una colonna sonora che ancora una volta si conferma essere uno dei punti di forza della serie, dall'altro ci ritroviamo scene che hanno dell'inverosimile, poco convincenti sia livello interpretativo (e sì, mi riferisco ad un   evidentemente una spanna al di sotto dei suoi colleghi) sia per quanto riguarda le dinamiche. E penso sia qui uno dei punti deboli di questa seconda stagione: il fatto di aver tirato il sasso verso una rappresentazione cruda e disillusa della reatà - a tratti riuscita -, ma di aver palesemente ritirato la mano in determinate occasioni per scoprire il fianco ad una sceneggiatura troppo romanzata di alcuni eventi (a partire dalla scena finale in cui Jensen ferma Tyler per finire alla rappresentazione di Hannah partorita dalla mente di Clay). E le incongruenze non si fermano alle dinamiche, ma si estendono anche ai personaggi, primo su tutti Alex con al seguito la sua storyline: troviamo infatti un ragazzo che, scampato al suo stesso tentativo di suicidio, messo in pratica perché non riusciva più a tenere dentro il segreto riguardo l'aver assistito indirettamente allo stupro di Hannah, una volta ricordato tale segreto lo tiene per sé senza troppi problemi, senza contare che tutto il persorso fattogli intraprendere per recuperare la memoria si è risolto solo con una minaccia (inutile) a Montgomery, e dopo dieci puntate in cui la questione viene fatta apparire come focale e centrale lo spettatore si aspetta un risvolto che abbia un po' di spessore in più. 

Altra nota dolente generale di tutta la stagione sono le tempistiche con cui si sono volute affrontare certe tematiche che, per la loro complessità, meritavano e avrebbero potuto avere uno sviluppo decente e ritmato al punto giusto. Infatti, notiamo un andamento sin troppo lento perle prime dieci puntate e una sterzata improvvisa nelle ultime tre, in cui si è cercato di risolvere le questioni tenute in sospeso fino ad allora, intavolando nuovi spunti per un'ipotetica terza stagione, con la conseguenza di aver accelerato il tutto, come se all'improvviso ci fossero sfuggiti dalle mani tutti gli ingredenti in un calderone non più in grado di contenerli. Prima su tutte la tematica delle armi e delle sparatoie: siamo venuti a conoscenza dell'arsenale in possesso di Tyler alla fine della prima stagione, risolvere il tutto in una scena alquanto inverosimile alla fine della seconda stagione, quando prima si sono avuti tempi decisamente morti, significa non solo ridimensionare il problema, ma girare completamente le spalle a quella stessa realtà a cui si era deciso di strizzare l'occhio da vicino in più di un'occasione, facendo perdere di credibilità e spessore all'intera questione.
 
Nuovi equilibri e nuovi rapporti nella seconda stagione

Seconda stagione: quello che ci resta

Avevamo bisogno di questa seconda stagione? Alla luce di ciò che ci hanno proposto, probabilmente non era indispensabile. Forse le cassette e i perché di Hannah bastavano, tuttavia quel che ci resta più di tutto non sono le incongruenze o i buchi di trama o l'irrealtà di alcune scene, ma la volontà di continuare a parlare di temi scomodi, attuali e sottovalutati. In alcuni casi poteva essere fatto meglio, in altri casi con modalità e tempistiche giuste, ma di certo resta la rabbia dello spettatore dinanzi a certi risvolti - molto più frequenti nella vita reale di ciò che spesso siamo disposti ad ammettere -, rabbia di cui gli autori sono ben consapevoli e di cui ci chiedono di far tesoro per continuare a non tenere la bocca chiusa o la testa girata dall'altro lato. Ci resterà la bellissima scena del ballo, in cui tutti i ragazzi, nonostante i problemi che attanagliano ognuno di loro, compiono finalmente un primo passo verso un futuro che non li figura più come "isole in mezzo al mare", ma li vede finalmente capire che certe cose le si possono affrontare insieme, ad amici, affetti, genitori, ognuno a modo loro e con le loro tempistiche, ma non da soli. Di certo ci resterà la denuncia e il coraggio che da essa deriva, e queste sono cose che vanno oltre le cassette, le polaroid o qualsiasi altro elemento vintage che si vorrà inserire in un'ipotetica terza stagione se ci sarà.